Essere genitori, senza smettere di essere persone

“Sono uscito/a con gli amici… e mi sono sentito/a in colpa”

Quante volte, da quando sei diventato/a genitore, ti è capitato di pronunciare una frase simile?

Una serata fuori, un aperitivo con un'amica, qualche ora da soli, una cena con il proprio partner. Gesti semplici, che prima facevano parte della quotidianità e che, dopo la nascita di un figlio, possono improvvisamente assumere un significato diverso.

E così può comparire il senso di colpa.

“Se il mio bambino ha bisogno di me, come posso scegliere me?”

È una domanda che molti genitori si fanno.

E spesso, dietro questo pensiero, c'è una convinzione silenziosa: un buon genitore dovrebbe esserci sempre.

Ma essere presenti non significa essere disponibili in ogni momento.

Quando prendersi cura di sé sembra egoismo

Quando nasce un figlio, qualcosa cambia profondamente.

Cambiano le abitudini, le priorità, il modo di organizzare le giornate. Il tempo che prima apparteneva alla coppia deve essere condiviso. Il tempo personale può iniziare a sembrare quasi un “tempo sottratto” alla famiglia.

E allora può succedere che:

  • se esco con un'amica mi sento in colpa;

  • se mi prendo una serata per me penso che dovrei stare con mio figlio;

  • se il mio partner resta a casa con il bambino mentre io esco, mi sembra di lasciargli “tutto il peso”;

  • se cerchiamo un momento per noi come coppia, ci chiediamo se non dovremmo invece dedicarlo a nostro figlio.

Il problema non è desiderare un po' di tempo per sé.

Il problema è quando iniziamo a pensare che quel desiderio ci renda genitori peggiori.

Un bambino non ha bisogno di genitori che si annullano

Un bambino non ha bisogno di genitori che smettono di esistere come persone.

Ha bisogno di adulti capaci di prendersi cura, amare, mettere confini e, allo stesso tempo, riconoscere anche i propri bisogni.

Prendersi cura di sé non significa prendersi meno cura dei propri figli.

La cura di sé può essere, invece, una parte della cura della relazione.

Un genitore che riesce ad ascoltare anche la propria stanchezza, i propri bisogni, il bisogno di riposo, di socialità o semplicemente di silenzio, può imparare a stare nella relazione con il proprio figlio in modo più consapevole.

Questo non significa che sia sempre facile.

E soprattutto non significa che il senso di colpa scompaia semplicemente decidendo di uscire una sera.

A volte sappiamo razionalmente di avere il diritto di prenderci quello spazio, ma emotivamente facciamo ancora fatica a concedercelo.

E poi c'è la coppia

Dopo la nascita di un figlio, anche la relazione di coppia può cambiare profondamente.

Le conversazioni rischiano di concentrarsi quasi esclusivamente sulla gestione della quotidianità:

“Chi prepara la cena?”

“Chi lo va a prendere?”

“Chi lo mette a letto?”

“Chi si alza stanotte?”

“Hai preparato lo zaino?”

La coppia può trasformarsi, poco alla volta, in una vera e propria squadra organizzativa.

E certo: organizzarsi è necessario.

Ma prima di essere una squadra che divide compiti, eravate una coppia.

Continuare a nutrire quella relazione non significa sottrarre qualcosa a vostro figlio.

Significa ricordarsi che anche quella relazione ha bisogno di cura.

Una cena insieme. Una passeggiata. Un momento senza parlare soltanto di scuola, pannolini, lavoro e organizzazione. Una serata in cui tornare, anche solo per qualche ora, a essere semplicemente due persone che stanno insieme.

Non è tempo “rubato” alla famiglia.

È tempo investito nella relazione.

“Ma se il mio partner resta con nostro figlio?”

Anche questo può diventare fonte di senso di colpa.

Eppure c'è una differenza importante tra lasciare un peso all'altro e condividere una responsabilità.

Se una sera il tuo partner resta a casa con vostro figlio mentre tu esci, non gli stai “lasciando tuo figlio”.

State condividendo la responsabilità genitoriale.

E se accade il contrario?

Non significa che tu stia facendo meno.

Significa che entrambi avete diritto a essere genitori e persone.

La genitorialità non dovrebbe trasformarsi in una gara a chi sacrifica di più.

Non dovrebbe essere:

“Io ho rinunciato a questo per nostro figlio, quindi anche tu dovresti rinunciare.”

Dovrebbe poter diventare:

“Ci prendiamo cura di nostro figlio insieme e, insieme, ci prendiamo cura anche di noi.”

Possiamo cambiare il modo in cui ci parliamo

Forse possiamo provare a cambiare una frase.

Da:

“Mi sento in colpa perché mi sto prendendo del tempo per me.”

A:

“Mi sto prendendo un tempo che mi permette di tornare alla mia famiglia con più energie, presenza e autenticità.”

Non sempre sarà facile crederci.

Perché il senso di colpa può essere molto potente.

Ma possiamo iniziare a costruire questa possibilità, un piccolo passo alla volta.

Possiamo imparare che avere bisogno di una pausa non significa amare meno.

Che desiderare una serata con gli amici non significa essere meno presenti.

Che avere bisogno della propria coppia non significa essere genitori egoisti.

Che chiedere aiuto non significa non essere capaci.

E se il senso di colpa non fosse sempre un nemico?

Il senso di colpa, a volte, ci racconta che stiamo facendo qualcosa di sbagliato.

Ma non sempre è così.

A volte ci racconta semplicemente che stiamo facendo qualcosa di nuovo.

Stiamo imparando a mettere in discussione un'idea di genitorialità costruita sul sacrificio continuo.

Stiamo imparando che essere genitori non significa smettere di essere persone.

E che amare profondamente un figlio non richiede di smettere di amare anche se stessi.

Forse il punto non è eliminare completamente il senso di colpa.

Forse possiamo imparare ad ascoltarlo.

Chiederci:

“Da dove viene questo senso di colpa?”

“Che cosa mi sto chiedendo di essere?”

“Quale idea di buon genitore sto cercando di rispettare?”

“È davvero necessario che io mi annulli per prendermi cura di mio figlio?”

Sono domande che possono aprire uno spazio nuovo.

Uno spazio nel quale non dobbiamo scegliere tra noi e i nostri figli, ma possiamo imparare a costruire un equilibrio più sostenibile.

Una domanda da portare con sé

Quando ti prendi del tempo per te, che cosa ti dici dentro?

“Finalmente respiro.”

Oppure:

“Dovrei essere a casa con mio figlio.”

Forse è proprio da quella frase che possiamo iniziare a parlare.

Perché non abbiamo bisogno di genitori senza sensi di colpa.

Abbiamo bisogno di genitori che imparino ad ascoltare anche ciò che il senso di colpa sta cercando di dire.

E, qualche volta, ciò che sta cercando di dirci è semplicemente che abbiamo bisogno di ricordarci che, oltre a essere madri e padri, siamo ancora persone.

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